Sergio “Musungu”

Una partenza non prevista, un volo nel cuore dell’Africa e poi la vita che cambia.

Potrebbe essere l’inizio di molte storie che si concludono con un rientro e un graduale ritorno al quotidiano. Ma non è così per tutti.

Almeno, non lo è stato per Sergio Mazza.

Una volta tornato dal Kenya, ha deciso che avrebbe voluto dare un suo contributo, mettendo a disposizione dei bambini samburu la sua esperienza del mondo del basket. 

Sergio si racconta così: 

“Tutto è cominciato nel lontano 2011, rispondendo ad un invito”. 

Unamica mi disse che un missionario colombiano in una zona piuttosto remota del Kenya aveva bisogno di una mano con i bimbi della sua comunità. 

In Italia avevo a che fare con i bambini tutti i giorni, quindi ho accettato subito senza fare troppe domande, incuriosito da un’esperienza che sapevo sarebbe stata forte, ma non potevo immaginare che avrebbe segnato la mia vita. 

La prima volta sono stato solo due settimane, eppure sono bastate a farmi cambiare l’idea che avevo del Continente Nero. 

L’Africa, nell’immaginario collettivo, è dove i bambini stanno male,  invece ho incontrato molti più sorrisi e serenità di quanto pensassi. 

Tornato a casa da questa esperienza, riguardando le foto e rileggendo il mio diario di viaggio, ho notato che ero più sereno e positivo. L’Africa e quei bambini mi avevano fatto tornare il sorriso, e quindi avevo un debito con loro e così ho deciso di ripartire.

Dal 2013, per due mesi, ogni anno sono un italiano in Kenya”, ma anche un po’ un Samburu. Poco alla volta ho cercato di strutturare un progetto utile ai bambini, non portando caramelle o cioccolato, perché così facendo gli avrei creato solo un bisogno. 

Ma mettendo in valigia: palloni, divise, scarpe, qualcosa che rimane nel tempo. 

50 bambini riescono a giocare con un solo pallone e le divise da gioco poi li fanno impazzire, hanno già un loro concetto di squadra, forse perché le tribù creano questo forte senso d’ ”identità”.

Come tante ex colonie inglesi lo sport più conosciuto e praticato è il calcio, ma sono bastati dei palloni e attrezzare i campi per giocare a basket che si sono subito appassionati a questo sport diverso. 

E così tra piccoli e grandi intoppi è nato “Samburu Smile”.

Si gioca a basket in tre diverse zone dei Samburu.

Suguta Marmar è il centro più grande, poi ci sono Tuum e Lodungoqwe, due piccolissimi villaggi, e Archers Post che scalpita per poter diventare il quarto polo. 

Grazie a questo progetto circa 2000 bambini e ragazzi hanno modo di giocare: 

500 quelli assidui, che almeno 3 volte a settimana si allenano sui campi di Samburu Smile.

Sia maschi che femmine, divisi al 50%.

Purtroppo i primi anni succedeva che alla mia partenza l’attività moriva, perché non cera nessuno in grado di poterli seguire e dato che uno dei ruoli che svolgo in Italia è la formazione dei giovani istruttori, mi sono chiesto perché non farlo in Kenya? E allora ho cominciato a dedicarmi alla formazione degli adulti, scelti tra quelli appena usciti dalleHigh School ma senza lavoro. Ho cercato così di formarli come allenatori, per far in modo che lattività della Basketball Academy potesse continuare tutto lanno. 

Con i fondi che raccolgo provo a garantirgli un minimo di stipendio, anche perché i coach hanno un ruolo importante, oltre a quello di lavorare sulla tecnica del gioco si dedicano al miglioramento della lingua inglese, e delle life skills”, una materia simile alla nostra educazione civica.

Attraverso lo sport, si crea così un corridoio che porta verso leducazione, favorendo loro laccesso a borse di studio sportive, finanziate da parte delle migliori High School che un po’ come nei college americani, fanno reclutamento.

Questo gli permette di costruire il loro futuro con le loro gambe, e con le loro mani . Ovviamente ci sono delle regole sulla frequenza: solo chi  ha buone medie scolastiche può far parte della Samburu Basketball Academy. 

Con il passare del tempo ho imparato a conoscere i bambini Samburu: sono felici per quello che gli dai.  Non chiedono di più. C’è solo da vincere la loro diffidenza iniziale.

Quando sono arrivato, per tutti ero Mzungu”, luomo bianco: venivo studiato da adulti e bambini, e anche talvolta discriminato. Ma pian piano mi sono guadagnato con il gioco,  la fiducia dei bambini, e di riflesso quella dei grandi.

Quando si comincia a giocare, senti che hai aperto una porta che ti permette di entrare nel loro mondo, che è diverso da quello dei nostri bambini. 

Il bambino lì vive più con dei doveri che con dei diritti, e di certo il diritto al gioco e alla spensieratezza non è tra quelli più comuni. Ho cercato di mostrare a questa fantastica gente che si può anche, giocando, costruirsi un futuro e migliorare la condizione generale del villaggio.

Ho dovuto imparare a farmi rispettare, ma anche a fidarmi degli altri.

Ogni anno quando si avvicina la partenza sale sempre un po’ d’ansia e dincertezza. 

È sempre un salto nel buio.

Non sai mai bene quello che troverai perché non è facile mantenere le relazioni con loro. Internet non sempre funziona.

Quando arrivo a Nairobi si solito passo i primi tre giorni ad organizzare il periodo che trascorrerò lì, anche se ho imparato che la parola programmazione non è nel loro vocabolario e il progetto a lunga scadenza è visto come unutopia.

Ma nonostante le difficoltà c’è anche tanta gioia, e sono tante le lezioni che sto imparando.

Mi stanno insegnando che le difficoltà non devono mai fermarci. 

Devono stimolarci ad andare oltre.

Ci si rende conto, vivendo in mezzo a loro, di quanto ci lamentiamo quotidianamente per cose inutili.

Ho imparato ad esser più tollerante. A sorridere di più, anche se lì mi viene più spontaneo.

Grazie all’Africa ho imparato a gioire delle piccole cose.

Tra le tante cose, ho ritrovato anche il piacere della lettura, del sedermi a tavola, parlare, confrontarmi, vivere esperienze condivise, e guardarmi dentro, con spirito sempre critico e costruttivo.

Senza Samburu Smile probabilmente sarei, dal punto di vista morale, una persona più povera…”

Spread the love