Una domenica di sport e preghiera

Un’altra domenica, la seconda qui a Suguta e probabilmente l’ultima in questo viaggio in terra Samburu. In chiesa, davanti a tutta quella gente, pensavo che mi mancheranno i canti e i balli che “colorano” la Messa, e la rendono una festa più che una funzione.
E così, tra una foto e un video fatti per documentare per voi quello che i miei occhi avevano la fortuna di guardare dal vivo, mi sono goduto appieno lo spettacolo, ho fatto “il pieno” di emozioni! C’è sempre quella strana sensazione di essere “l’osservato speciale”, ma oramai mi sento uno di famiglia e non ci faccio più caso. I bambini sono attirati e non spaventati dalle diversità, e così passano ore a confrontare il colore della mia pelle con la loro, a “schiacciarla” con un dito, per vedere cm le mie braccia, arrossate dal sole, con la pressione diventano bianche per poi ricambiare colore. E poi i peli, la peluria su braccia e gambe, assente sugli adulti qui. Si chiedono tutti cosa siano questi strani “capelli” sparsi sul corpo!
Il tempo passa veloce, e prima di pranzo precetto John, il ragazzino a qui stiamo pagando la scuola, per una veloce intervista in cui mi parla della sua vita di oggi, ma anche di come vede la sua vita domani. Ma la parte più succulenta della giornata deve ancora venire: i ragazzi della squadra di basket della città iniziano un torneo della lega locale a Maralal, e vogliono che giochi con loro. Padre Stieven si offre di accompagnarmi, è curioso, vuol vedermi giocare, e così non posso dire di no.
Partita prevista alle 14:30, e arriviamo lì proprio per quel ora, ma vedo tutti molto tranquilli, evidentemente più abituati di me ai “tempi” locali; e infatti stanno giocando una partita di calcio, e il basket inizierà solo quando questa sarà finita! La palestra è suggestiva, particolare, unica direi. I canestri, sistemati al momento e bloccati con dei paletti di legno nel terreno, altissimi! Sono emozionato, mi sento un pesce fuor d’acqua, l’unica cosa che mi lega a quell’ambiente è la passione per il basket, perché per il resto davvero ci capisco poco. La nostra squadra ha solo 5 magliette, quindi il quintetto è vestito, gli altri no. L’altra squadra sembra un tantino più organizzata. Fin dal riscaldamento capisco che non sarà semplice: i miei compagni hanno una grande energia, ma sono disordinati e imprecisi come pochi! Usiamo un solo pallone, il “mio”, che poi sarà anche pallone di gara… dopo un tempo imprecisato si comincia, finalmente!
Squadre radunate a bordo campo, discorso rigorosamente in kiswahili dell’arbitro, poi di una donnina enorme,  e per finire di un dirigente che era giusto la metà… si parla, dal poco che capisco, di giocare tranquilli, si è prima di tutto fratelli, e che il basket deve recuperare, in questa regione, il gap che ha dal calcio. Storie già sentite. Poi c’è la preghiera, e si parte per la palla a due.  Pronti via, salto, tocco la palla, la indirizzo verso un mio compagno che va a tirare, seguo il tiro e realizzo il primo canestro della partita su rimbalzo d’attacco. Sarà una passeggiata, penso tra me e me, sentendo il boato del numeroso pubblico. Macché!
Da subito il gioco degli avversari si fa molto fisico, una zona fatta bene, su un campo piuttosto stretto. C’è sempre un muro davanti, e le mazzate volano che è un piacere. Il più grosso problema è che nella mia squadra non è contemplata la parola disciplina, e non c’è pazienza: in attacco e in difesa si gioca sempre tutti verso la palla, si cercano anticipi improbabili o cross verso il centro dell’area, facile preda degli avversari!
Nonostante questo la gara resta in equilibrio: si dovrebbero giocare 4 tempi da 10 minuti continuati, ma non è mai dato sapere quanto manca, mentre il punteggio è segnato su una lavagna mal ridotta! Ogni time out andrebbe filmato. La gente (ad un certo punto anche Padre Stieven) scende dalle tribune per avvicinarsi alla squadra. Ognuno dice la sua, non si capisce nulla, ci sono più “coach” che giocatori. Il risultato è ovviamente il casino più assoluto…
Perdiamo un pallone dietro l’altro, e non so nemmeno come ad un certo punto ci troviamo avanti di 2 punti. Time out, chiedo al tavolo quanto manca: ALMOST 5 MINUTES!
Al rientro in campo l’arbitro, che fino a quel momento male non se l’era cavata, decide che non è il caso di sprecar fiato: volano randellate, soprattutto da parte loro. Comincio ad accusare un po’ di fatica, decidono che sono l’uno a non dover uscire dal campo, ma oramai nemmeno ricordo da quanto non mi alleno, e il mio ginocchio è tutt’altro che ok!
Per di più ho dimenticato di portare l’acqua, e pur se ho la gola arsa, non mi fido a bere dalle bottiglie degli altri, non so che acqua sia, dopo l’esperienza dello scorso anno a Lamu sto molto attento. Su una rimessa per loro il giocatore che marcavo chiede di fermarsi per allacciarsi le scarpe, l’arbitro acconsente, e lui all’improvviso si rialza, riceve la palla sulla rimessa e realizza. Da non credere…mi sono fatto fare fesso!
Parità, andiamo in attacco, e davvero sembra di assistere ad una rissa da bar. Scena cattiveria, sia chiaro, ma se l’arbitro non fischia. Conquisto il rimbalzo sull’ennesima forzatura di un compagno, e vengo letteralmente violentato, mi portano via la palla, contropiede, canestro del + 2, fischio finale… ma come??? E i 5 minuti che mancavano??? Tutti perdono le staffe, si grida al furto, io mi faccio una gran risata, non posso prendermela per questo, e imparo la lezione. Alla prossima partita sarò più preparato! 🙂
Il dopo partita è caldo, e io osservo tutto divertito: una volta tanto non sono in prima linea, cerco di capire.
Al ritorno sono tutti concordi col dire che si è perso per colpa dell’arbitro. Tranne io (vabbè, storie già conosciute). Ci fermiamo per bere una TUSKER, anzi due, e alle 8 passate siamo finalmente a casa!
Il ginocchio brontola sempre di più, fa male, è gonfio e poi il cemento non mi ha aiutato, ma almeno ho soddisfatto la mia sete!
Un’altra giornata è andata, una domenica diversa, ma poi non tanto da quelle italiane, dove è la partita a “fare” la giornata!
Chissà cosa ci riserva il futuro.