Road to Samburu land

[:it]Sono le 4:50 del mattino di una qualsiasi domenica qui a Tuum, un puntino nemmeno segnalato sulle mappe geografiche, dove si trova la più remota e “povera” delle Missoni Yarumal in terra Samburu. Raggiungere questo posto, per me totalmente nuovo, non è stato facile, ma è stata una cosa che ho voluto fortemente, e spero alla fine si riveli anche una scelta giusta.
Mi trovo in una “camera” che somiglia più ad una stalla, e oggi più che mai ringrazio i miei genitori ad avermi abituato ad estati passate in campeggio, dove lo spirito di adattamento talvolta è necessario. Mi verrebbe di cominciare raccontandovi dove mi trovo, ma forse è più giusto partire da più lontano, da come ci sono arrivato fin qui, sperando di non essere, come mio solito, troppo prolisso.
Dopo 5 giorni passati a Nairobi, venerdì mattina sarei dovuto partire con Padre Gyavira alla volta di Tuum.
Mi aspettava sulla carta un viaggio lungo (mi parlava di 12 ore) ma tutto sommato confortevole, dato che si sarebbe partiti da Nairobi con la sua auto. Ma qui in Kenya ho imparato che i programmi sono fatti per… essere stravolti!
Gyavira è un giovane e minuto prete Kenyota, conosciuto 3 anni fa nello slum di Kibera, formatosi sotto la sapiente guida di Padre Jairo, e da pochi mesi è stato trasferito qui sù, nella lontanissima Tuum. Giovedì, rientrato da Nakuru, ha dovuto cambiare i suoi programmi, e nella confusione dettata da inesperienza, gioventù, e chissà cos’altro, ha dimenticato di avvisarmi, lasciandomi così nella capitale senza “passaggio”.
Inizialmente mi sono fatto prendere dallo sconforto, sembra quasi qui giri tutto contro, ho pensato anche di restare “comodamente” a Nairobi, ma poi ho cerato di reagire, pensando a quel che spesso dico sempre ai ragazzi che alleno… “chi vuol qualcosa trova una strada, gli altri una scusa”.
E cosi, sveglia alle 4:45 di venerdì mattina, trasferimento in centro città, downtown, con Uber (fortuna che qui ancora funziona), e alle 6am ero pronto alla partenza del Matatu che mi avrebbe dovuto portare a Maralal, dove Gyavira, mortificato per la dimenticanza, mi avrebbe aspettato per completare poi assieme il viaggio verso Tuum.
Ma qui in Kenya i Matatu, se non sono pieni, non partono, e cosi anziché le 6, l’orario di partenza è slittato fino alle 7.10, quando finalmente l’ultimo cliente ha pagato i 1000 Ksh del biglietto e l’equipaggio era completo… sul Matatu da 11 posti in realtà eravamo in 9, ma 2 posti erano occupati da merci, che qui pagano come una persona normale… Lo spazio era davvero poco, ho viaggiato con le ginocchia bloccate, ripensando con nostalgia a quando da giovanotto facevo trasferte con le mie squadre, e qualcuno si lamentava delle condizioni…
In poche ore abbiamo raggiunto Nyahururu, poi, come spesso capita, sosta inspiegabile di oltre un ora, in cui l’autista si ferma, scende dal mezzo, sparisce senza dire nulla e ti lascia lì come se niente fosse….
Intorno alle 12 è riapparso, come se niente fosse, e si è ripreso il viaggio… Con mia grande sorpresa quella che doveva esser la parte del viaggio più “tosta”, non tanto per i km da fare, ma per le condizioni della strada sterrata, è filata via veloce in sole 3 ore, complice anche l’avanzato stato dei lavori di completamento dell’asfalto sulla nuova strada “cinese”.
A Maralal, alle 3 del pomeriggio, ero convinto si sarebbe subito ripartiti, invece con molta flemma siamo andati a pranzo, insieme ad un nutrito gruppo di missionari Yarumal, e ospiti delle varie missioni.
Una simpatica tavolata, dove, tra un Tusker e un buon piatto di Nyamachoma, ho avuto modo di conoscere i miei nuovi compagni di viaggio.
Oltre padre Gyavira, al tavolo c’erano 3 missionari colombiani, un altro prete Colombiano, in visita con una ragazza spagnola, un’altra ragazza canadese, ma anch’essa di origine sudamericana, anche lei in visita in terra Samburu con il padre, a supporto di un progetto di volontariato, e un altro paio di preti Kenyoti.
Viaggiare da queste parti non è mai banale, e così, un volta rientrati al Pastoral Centre, la preparazione della macchina ha richiesto non poche attenzioni…
Tra valigie, generi alimentari di ogni tipo, e scatole varie, ad attirare l’attenzione sicuramente una enorme tannica di latta da qualche centinaio di litri contenente Diesel, legata alla bene e meglio all’interno del van.
Mentre veniva preparata la Land Rover, Catherine, vegetariana, ha cominciato a prendersi cura della povera gallina che era stata legata e poggiata proprio su questa tannica, ed era già impregnata di carburante, pur sapendo bene che non si prospetta nulla di buono per il futuro di questa gallinella… poco dopo si presenta un seminarista, che avrebbe viaggiato con noi, con in mano una piccola scatola dalla quale spuntava fuori una testolina buffa… un cucciolo di cane…
Da quel momento non ho avuto occhi che per questa dolce e terrorizzata bestiolina, una cucciolotta di poco più di 2 mesi, che non aveva idea di cosa stesse accadendo, di quale fosse la sua destinazione (in questo avevamo qualcosa che ci accumunava) e non si è mossa un attimo dalle mie gambe.
Alle 7pm, finalmente, siamo partiti… stava già facendo buio, e ci aspettava un viaggio scomodo e impegnativo, un pò per la strada, un pò per quanto eravamo carichi con la jeep…
Mi viene difficile raccontarvi i particolari, farvi arrivare la puzza di benzina e la precarietà che si avvertiva in quel vano posteriore della jeep, con i bagagli legati alla bene e meglio con delle corde che ai primi sobbalzi mi sono crollati addosso, alla stanchezza che avvertivo dopo oramai oltre 14 ore trascorse sveglio a viaggiare, alla preoccupazione per la piccola bestiolina che non si staccava dalle mie gambe, all’incertezza, soprattutto, su quanto sarebbe durato il viaggio…
Ne ho fatte di strade brutte qui in Kenya, ma questa verso nord le batte tutte… la nostra destinazione, la missione di Barsaloi, meta finale di parte del gruppo e tappa intermedia per la notte per padre Gyavira e noi altri diretti a Tuum, dovrebbe esser distante da Maralal non più di 50 km, e quindi per noi una distanza che si copre in tempi ragionevolissimi…
Beh, ci abbiamo messo oltre 3 ore, che forse potevano essere 30’ in meno se dai un certo punto non ci saremmo dovuti fermare perché la tannica del diesel si è aperta e ci ha inondato di carburante, a noi e a tutti i bagagli.
Da noi le strade di montagna vengono costruite con una serie di tornanti che rendono il dislivello più lieve, qui invece sono come le dune, ci si inerpica per qualche centinaio di metri, con pendenze anche importanti, e poi si piomba giù dal lato opposto… la “strada”, che non è segnalata, il più delle volte è un sentiero che si intravede tra la fitta vegetazione della zona, e solo driver esperti e pratici possono affrontare questi posti, io sinceramente non saprei nemmeno da dove cominciare. Basta una pioggia a causare voragini che costringono a deviazioni dal percorso principale, e spesso è complicato anche solo capire dove ci si ritrova.
Quando, viste le condizioni in cui viaggiavamo, alle 10:30 passate ho visto il cancello della missione ho tirato un sospiro di sollievo… davvero la fatica aveva preso il sopravvento e non vedevo l’ora di poter riposare qualche ora…
Ma, come immaginavo, mi sono dilungato, e allora mi fermo qui…
Quante volte in queste 18 ore della mia vita che vi ho appena raccontato mi sono chiesto chi me lo faccia fare? Tante, tantissime… la risposta però arriva sempre, ed è arrivata, puntuale, la mattina dopo… ora mi fermo qui, albeggia, i galli intorno cantano, ed è ora di affrontare una nuova avventurosa giornata…IMG_3702[:]

Spread the love